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ACCADDE A MAGGIO

In ricordo di Ayrton Senna

In ricordo di Ayrton Senna - Sebastiano Inturri


Il 1° maggio 1994, nel corso del Gran Premio del Mondiale di Formula 1 di San Marino, il trentaquattrenne pilota automobilistico brasiliano Ayrton Senna, campione del mondo di Formula 1 per tre volte (nel 1988, 1990 e 1991), fu vittima di un incidente che gli costò la vita.

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In omaggio a Leonardo da Vinci

In omaggio a Leonardo da Vinci - Sebastiano Inturri


Il 2 maggio 1519 ad Amboise (in Francia) morì il grande pittore, ingegnere e scienziato Leonardo da Vinci, nato nel 1452 a Vinci (un comune in provincia di Firenze).
















A fianco: Leonardo da Vinci, Monna Lisa (La Gioconda), olio su tavola, Parigi - Museo del Louvre

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Il trattato Uccialli

 

Il 2 maggio 1889 a Uccialli (una città del nord dell'Etiopia) il conte Pietro Antonelli, ambasciatore italiano in Etiopia, e il negus Menelik II, imperatore d'Etiopia, firmarono un trattato che dal nome della città in cui venne firmato passò alla storia come trattato di Uccialli. In base ad esso, l'imperatore etiopico accettava che l'Etiopia diventasse una sorta di "protettorato" dell'Italia; in cambio l'Etiopia avrebbe ricevuto dall'Italia un prestito in denaro. Un protettorato è uno stato o un territorio controllato (protetto) da uno stato più forte (protettore), il quale si riserva di rappresentarne integralmente la personalità nell'ambito del diritto internazionale. Dal punto di vista del diritto interno, invece, lo Stato protetto mantiene una certa autonomia per quanto riguarda gli affari interni e non è un possedimento (come lo è invece la colonia) dello stato protettore, il quale si impegna a tutelarne gli interessi e di solito ne dirige gli affari esteri e la difesa. Pertanto il protettorato è una specie di dipendenza, anche se meno gravosa della colonia.

 Vi fu un punto del trattato, ed esattamente l'art. 17, che sollevò polemiche tra i due Paesi: come da tradizione, il trattato era stato redatto in due versioni, italiano e "amarico" (la lingua ufficiale dell'Etiopia); la stesura dell'articolo 17 tuttavia era differente nelle due versioni. In base alla versione in italiano, il negus delegava al governo italiano tutte le sue attività di politica estera, rendendo di fatto l'Etiopia un protettorato dell'Italia; in base alla versione in amarico, invece, la delega era solo facoltativa, e il negus vi poteva ricorrere solo quando ciò gli fosse convenuto. In aggiunta a ciò, l'allora primo ministro italiano, Francesco Crispi, qualche giorno dopo la firma notificò quest'art. 17 ad altre potenze europee. Tale notifica venne accolta malissimo dalla delegazione etiopica che era presente in Italia. La discrepanza di interpretazione da dare all'art. 17 divenne palese nell'agosto del 1890, quando il negus allacciò relazioni diplomatiche con l'Impero russo e la Francia in maniera autonoma e senza darne preavviso all'Italia; alle proteste del governo italiano, Menelik replicò chiedendo una revisione del trattato prima dei tempi stabiliti, richiesta respinta dagli italiani. Le controversie sul trattato di Uccialli furono una delle cause della successiva Guerra di Abissinia tra l'Italia e l'Etiopia. Il trattato di pace successivo a questa guerra, quello Addis Abeba (1896), abrogò definitivamente il trattato di Uccialli.

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L'uccisione di Osama bin Laden

 

Nelle prime ore dopo la mezzanotte del 2 maggio 2011 (secondo il fuso orario del Pakistan) le forze speciali della Marina statunitense trovarono il rifugio, situato nei pressi di Islamabad (capitale del Pakistan), nel quale si nascondeva Osama bin Laden, e lo uccisero dopo un conflitto a fuoco.

Osama bin Laden è ritenuto il fondatore e leader di Al-Qāʿida, la più nota organizzazione terroristica internazionale, responsabile, tra l'altro, degli attentati dell'11 settembre 2001.

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La tragedia di Superga


Negli anni Quaranta in Italia vi fu una squadra di calcio, il Torino, che visse un periodo di otto anni di eccezionali vittorie sportive, e per questo è ricordata come il Grande Torino.

Tra l'altro, in quegli anni il Grande Torino vinse quattro scudetti consecutivi: da quello 1942-43 a quello 1947-48.

Il 3 maggio 1949 il Grande Torino partecipò a una gara amichevole a Lisbona contro il Benfica; in campionato il Grande Torino era primo in classifica, con quattro punti di distacco dalla seconda (che era l'Inter). Il 4 maggio 1949 l'aereo che stava riportando da Lisbona a casa la squadra del Grande Torino si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga (che è il nome del colle più alto della collina di Torino), a causa della scarsa visibilità dovuta al maltempo. L'impatto causò la morte istantanea di tutte le trentuno persone a bordo, fra calciatori, staff tecnico, giornalisti ed equipaggio; tra le vittime, Valentino Mazzola, capitano della squadra, nonché padre di quello che sarebbe poi diventato anche lui un campione di calcio, Sandro Mazzola.

Al Grande Torino, che come detto si trovava in testa al campionato, fu assegnato a tavolino il suo quinto scudetto consecutivo, quello cioè 1948-49.



Nella foto sotto: la squadra del Grande Torino

La tragedia di Superga - Sebastiano Inturri
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La morte di Napoleone

La morte di Napoleone - Sebastiano Inturri


Il 5 maggio 1821 sull'isola di Sant'Elena, dove si trovava in esilio, si spense Napoleone Bonaparte.

Due mesi dopo la sua morte, Alessandro Manzoni gli dedicò l'ode Il cinque maggio
















A fianco: Antoine-Jean Gros, Napoleone al ponte di Arcole - olio su tela
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La spedizione dei Mille

 

Al fine di liberare la Sicilia dalla dinastia dei re borbonici e consegnarla a Vittorio Emanuele II, re del Piemonte, la sera del 5 maggio 1860 poco più di mille volontari (esattamente 1162), provenienti per lo più dal Nord-Italia, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi salparono a bordo di due piroscafi dalla costa situata nei pressi di Quarto (in Liguria). 

I volontari, tra i quali ricordiamo Nino Bixio, Ippolito Nievo (autore del libro Le confessioni di un italiano), Benedetto Cairoli, Cesare Abba, non avevano uniformi, se non la mitica camicia rossa, le armi erano poche, l’equipaggiamento scadente e i viveri scarsi. Ma l’entusiasmo bruciava nei petti di tutti, e la galvanizzante presenza di Garibaldi faceva erompere nei loro animi la certezza della vittoria.

Il giorno 7 i Garibaldini si fermarono a Talamone (sulla costa grossetana). Da qui si spostarono al forte di Orbetello, dove obbligarono il suo comandante a consegnare loro munizioni, un centinaio di fucili e tre cannoni. Durante la sosta, Garibaldi comandò a sessantaquattro dei suoi uomini di tentare un’insurrezione nello Stato Pontificio; ma il tentativo fallì e i partecipanti si ritirarono. Oltre a questi sessantaquattro, altri nove mazziniani abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto in nome della monarchia sabauda, mentre i restanti (1089) proseguirono nel viaggio.

Compiendo una rotta molto larga – per non essere intercettate dalla flotta borbonica – l’11 maggio le due navi giunsero a Marsala, sulla costa siciliana, dove poterono sbarcare facilmente grazie alle operazioni di carico di alcune navi inglesi che intralciarono (forse di proposito) l’esercito borbonico.

Il 14 maggio a Salemi (TP) Giuseppe  Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II.

Il giorno dopo, a Calatafimi (TP), i “Mille” di Garibaldi, affiancati da circa cinquecento "picciotti" locali, affrontarono circa quattromila soldati borbonici e li sconfissero.

L’esaltazione della vittoria di Calatafimi scatenò l’insurrezione in tutta l’isola, e centinaia di nuovi volontari si unirono ai Garibaldini.

Il 27 maggio questi entrarono a Palermo, che era in rivolta, conquistarono la città, e dopo tre giorni vi formarono un governo provvisorio, con a capo il mazziniano agrigentino Francesco Crispi.

Nei mesi di giugno e luglio altre migliaia di volontari, dotati di moderni fucili e munizioni, sbarcarono sulle coste siciliane per unirsi ai Garibaldini.

Da Palermo questi si diramarono in tre colonne, che avanzavano divise per conquistare tutta la Sicilia.

L’ultima grande battaglia siciliana si svolse il 20 luglio a Milazzo (ME), e si concluse con la sconfitta delle truppe borboniche.

Il 28 del mese capitolarono anche le ultime due fortezze ancora in mano all’esercito di Francesco II, quelle di Siracusa ed Augusta, e veniva così completata la liberazione della Sicilia.

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La fine della Guerra d'Etiopia

La fine della Guerra d'Etiopia - Sebastiano Inturri


Il 2 ottobre 1935 Benito Mussolini, affascinato dall'idea di costruire un impero per l'Italia come ai tempi dell'antica Roma, ordinò all'esercito italiano l'invasione dell'Etiopia. Il negus (titolo equivalente a quello di re) d'Etiopia Hailé Selassié chiese l'intervento della Società delle Nazioni, la quale condannò l'aggressione e applicò all'Italia le sanzioni economiche, ossia vietò che le fossero fornite materie prime. Il provvedimento però risultò poco efficace, in quanto numerosi Paesi (soprattutto la Germania) mantennero buoni rapporti con l'Italia. Il 3 ottobre 100.000 soldati italiani, affiancati da un considerevole numero di Àscari (i soldati indigeni delle truppe italiane in Africa), iniziarono l'attacco.

La guerra fu crudele da ambo le parti: gli Italiani fecero uso anche di armi chimiche (malgrado queste fossero vietate dalla Convenzione di Ginevra); da parte loro, gli Abissini (come erano chiamati all'epoca gli Etiopi) usarono spesso la tortura, evirarono e decapitarono i prigionieri. La guerra fu vinta dall'esercito italiano, che il 5 maggio 1936 occupò la capitale etiopica, Addis Abeba. Il numero totale degli Italiani e Àscari morti fu di circa 8.000; quello degli Abissini fu di oltre 750.000.

Quella stessa sera, dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, Mussolini annunciò la fine della guerra, e quattro giorni dopo, il 9 maggio, proclamò la nascita dell'Impero, riservando per il re d'Italia Vittorio Emanuele III la carica di Imperatore d'Etiopia e per entrambi quella di Primo Maresciallo dell'Impero.

Le preesistenti colonie italiane, Eritrea e Somalia Italiana, insieme con il nuovo Impero d'Etiopia, vennero riunite sono un unico Governatore e formarono un unico possedimento coloniale denominato Africa Orientale Italiana.


Nell'immagine: cartina dell'Africa Orientale Italiana

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L'alluvione di Sarno e Quindici


Il 5 maggio 1998 due milioni di metri cubi di fango, a causa della pioggia modesta ma incessante, si staccarono dalle pendici del monte Pizzo d'Alvano (situato al confine tra le province di Salerno e Avellino) e scendendo a valle travolsero alcuni comuni, e in particolare Sarno (SA), Quindici (AV), Siano (SA) e Bracigliano (SA), causando la morte di 160 persone. I comuni con più vittime furono Sarno − con 137 − e Quindici − con 13 −. Tra le vittime di Sarno vi fu il Vigile del Fuoco Marco Mattiucci, al quale, per l'eroismo dimostrato durante i soccorsi, nel 2005 è stata concessa la medaglia d'oro al valor civile alla memoria.

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