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Frasi bibliche

Pentateuco - da Esodo a Deuteronomio


[...] una terra dove scorrono latte e miele [...] (Esodo, 3, 8)

Espressione ricorrente nella Bibbia, che sta ad indicare la fertilità di Canaan, terra promessa ad Abramo. In Genesi, 12, 5-7, sta scritto:

Abram (Abramo) prese la moglie Sarài (nome che poi Dio cambierà in "Sara") e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.
Il Signore apparve ad Abram e gli disse: "Alla tua discendenza io darò questa terra".
Canaan è una regione corrispondente, grosso modo, agli attuali Libano, Palestina, Israele e parti di Siria e Giordania.

La frase in argomento è tratta dal seguente contesto:

Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb [altro nome del Sinai]. L'angelo del Signore [l'angelo del Signore indica il Signore stesso] gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo [quello israelitico] in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. [...] » (Esodo, 3, 1-8)


[...]
Io sono colui che sono! [...] (Esodo, 3, 14)

Mosè, a Dio che gli era apparso sul monte Oreb (v. Esodo, 3, 1-8), disse:

«Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi". Mi diranno: "Qual è il suo nome?". E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: "Io-Sono mi ha mandato a voi"».
Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: "Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi". Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. [...] » (Esodo, 3, 13-15)


[...]
il Signore ti ha fatto uscire dall'Egitto con mano potente (Esodo, 3, 9)


[...] con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall'Egitto (Esodo, 3, 16)


[...] ho sollevato voi su ali di aquile [...] (Esodo, 19, 4)

Questa frase fa parte del discorso che il Signore fece a Mosè sul monte Sinai, dopo tre mesi che li aveva fatti uscire dall'Egitto. Ecco tutto il discorso:

Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: "Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa". Queste parole dirai agli Israeliti.» (Esodo, 19, 3-6)


occhio per occhio, dente per dente [...] (Esodo, 21, 24)

Come si vede, il famoso proverbio "Occhio per occhio, dente per dente" è tratto dalla Bibbia. Fa parte della cosiddetta "legge del taglione", che Dio consegnò a Mosè affinché fosse rispettata da tutti gli Israeliti. Essa è basata sulla proporzionalità della pena rispetto al delitto, e costituisce un progresso rispetto alla vendetta sproporzionata e selvaggia fino ad allora vigente. Gesù invece insegnerà ai suoi discepoli la "legge del perdono".
Ecco il contesto da cui è tratta la frase in argomento:

Quando alcuni uomini litigano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un'ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido. (Esodo, 21, 22-25)


[...] tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo (Esodo, 33, 20)

Mosè chiede a Dio di mostrare le propria "gloria", cioè il proprio volto. Ma Dio gli risponde:

«Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo.» (Esodo, 33, 19-20)


Tu non devi prostrarti ad altro dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso (Esodo, 34, 14)

Questa frase la dice Dio a Mosè.


[...]
Nessuno venga davanti a me a mani vuote (Esodo, 34, 20)

Anche questa frase la dice Dio a Mosè.


[...]
Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo(Levitico, 19, 2)

Altra frase detta da Dio a Mosè.


[...]
il fruscìo di una foglia agitata li metterà in fuga [...] (Levitico, 26, 36)

Anche questa frase è detta da Dio a Mosè. Costituisce uno dei castighi che Dio infliggerà agli Israeliti se si opporranno a Lui e alla Sua legge: li farà diventare talmente paurosi che persino il fruscio di una foglia li farà fuggire.


[...]
il tuo nido è aggrappato alla roccia (Numeri, 24, 21)

Questa è una frase simbolica che significa che la dimora cui qui si allude è sicura.


[...]
non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio [...] (Deuteronomio, 1, 17)

Questa frase fa parte del discorso che Mosè, per ordine del Signore, fece agli Israeliti nella valle dell'Araba (tra il mar Morto e il golfo di Acaba).


Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d'Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso [...] (Deuteronomio, 5, 15)

Questa frase fa parte del secondo discorso di Mosè agli Israeliti, e contiene precetti che il Signore ha ordinato a Mosè di insegnare loro.


Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze (Deuteronomio, 6, 5)

Anche questa frase, come quella precedente, fa parte del secondo discorso di Mosè agli Israeliti.


[...]
l'uomo non vive soltanto di pane, ma [...] l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore (Deuteronomio, 8, 3)

È sempre Mosè che insegna agli Israeliti i comandi che gli ha rivolto il Signore.A queste parole farà riferimento Gesù quando sarà tentato da Satana nel deserto (cfr. Vangelo secondo Matteo, 4, 4, e Vangelo secondo Luca, 4, 4)
Il versetto intero è il seguente:

Egli [il Signore] dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. (Deuteronomio, 8, 3)


[...]
non accetterai regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e corrompe le parole dei giusti (Deuteronomio, 16, 19)

Anche questa frase è contenuta negli insegnamenti che il Signore ha ordinato a Mosè di dare agli Israeliti.

Libri storici



Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!»
[...] (Giudici, 16, 30)

Da questa frase biblica è derivato il famoso proverbio "Muoia Sansone con tutti i Filistei".
Sansone era un israelitico nato da una donna che, benché fosse sterile, il Signore volle che diventasse sua madre. Era dotato di forza fisica eccezionale, che gli veniva direttamente dal Signore, poiché il Signore aveva voluto che i genitori lo consacrassero a Lui, attraverso il cosiddetto "voto di nazireato". In base a questo voto, tra l'altro, sulla testa del consacrato (in questo caso Sansone) "non doveva passare rasoio". I suoi nemici Filistei si rivolsero a Dalila, di cui Sansone era innamorato, affinché con la sua arte seduttrice riuscisse a capirgli il segreto della sua forza. Dopo tre tentativi falliti, la donna riuscì nell'intento, e durante il sonno tagliò i capelli a Sansone. Questi, divenuto debole (perché non più benedetto dal Signore), fu catturato dai Filistei, i quali gli cavarono gli occhi e lo incatenarono. Un giorno i capi dei Filistei lo chiamarono per fargli eseguire dei giochi in onore del loro dio. Ad un certo punto Sansone, che aveva ripreso un po' di vigore grazie al fatto che la capigliatura era nel frattempo un po' ricresciuta, invocò il Signore di dargli la forza almeno per quel momento, dopo di che appoggiò le mani sulle due colonne portanti dell'edificio, dicendo :«Che io muoia insieme con i Filistei!» Quindi si curvò con tutta la forza e le ruppe, determinando il crollo dell'edificio e la morte, oltre che di sé stesso, anche dei capi e di tutto il popolo filisteo che vi era dentro. Furono più i morti che Sansone causò con la sua morte di quanti ne aveva uccisi in vita.


[...] Il mio cuore esulta nel Signore,
la mia forza s'innalza grazie al mio Dio
[...] (Primo libro di Samuele, 2, 1)

Questa frase fa parte del cosiddetto "cantico di Anna". Questa era una delle due mogli che aveva un israelita di nome Elkanà; a differenza dell'altra moglie, però, Anna era sterile. Malgrado fosse sterile, Elkanà amava Anna, ma lei era presa in giro dall'altra moglie per il fatto che non poteva avere figli, e questo accresceva la sua umiliazione. Un giorno Anna pregò così il Signore: «Signore, se avrai pietà di me e mi darai un figlio maschio, io lo offrirò a te per tutta la sua vita.» Il giorno dopo Elkanà si unì ad Anna e il Signore si ricordò di lei. Così al finire dell'anno Anna partorì un bambino e lo chiamò Samuele. Questi crebbe al servizio del Signore, e quando fu adulto divenne giudice d'Israele ["giudice" nel senso biblico di capo militare e civile ispirato da Dio] e profeta.


[...] l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore (Primo libro di Samuele, 16, 7)

Il Signore era deluso del re di Israele, Saul, e perciò aveva deciso di sostituirlo; il sostituto lo avrebbe scelto tra uno degli otto figli di un certo Iesse, abitante a Betlemme. Quindi comandò al giudice Samuele di recarsi a Betlemme per consacrare, per mezzo dell'unzione, il figlio di Iesse che Lui avrebbe scelto. Per primo a Samuele fu presentato Eliàb, che era il figlio primogenito di Iesse. Samuele, vedendo l'imponenza fisica del giovane, disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l'ho scartato, perché non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Al cospetto di Samuele furono portati, uno ad uno, tutti gli altri figli di Iesse, ad eccezione del più giovane, che si chiamava Davide; ma il Signore non scelse nessuno di loro.
Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo [Davide], che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!».

 

[...] Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele [...] (Primo libro di Samuele, 17, 45)

Un giorno due accampamenti nemici, quello israelita e quello filisteo, erano posti uno di fronte all'altro. Dall'accampamento filisteo uscì il loro capo, di nome Golia, alto tre metri ed armato di elmo, corazza, lancia e spada, e rivolto agli Israeliti gridò: «Scegliete un uomo tra di voi che combatta con me: se lui mi batterà, noi saremo vostri schiavi; se invece prevarrò io su di lui, sarete voi nostri schiavi.»
Nel frattempo Golia con i suoi uomini avanzava minacciosamente verso l'accampamento israelitico.
Dopo quaranta giorni Davide seppe della sfida lanciata da Golia, e decise di affrontarlo lui.
Davide rifiutò di indossare l'armatura, e si avvicinò a Golia armato solo di un bastone e una fionda. Il Filisteo [Golia] scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell'aspetto. Il Filisteo disse a Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi. Poi il Filisteo disse a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche». Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e ti staccherò la testa e getterò i cadaveri dell'esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani».
Dopo un po' Davide con la fionda colpì Golia in fronte, uccidendolo. Poi il ragazzo si avvicinò al cadavere e con la sua spada gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga.
 
 

[...] la tua amicizia era per me preziosa,
più che amore di donna
(Secondo libro di Samuele, 1, 26)

I Filistei uccisero i tre figli del re d'Israele, Saul; questi, vistosi accerchiato e senza speranza, piuttosto che farsi catturare preferì suicidarsi gettandosi sulla sua spada.
Saputa la notizia, Davide, che era affezionato a Saul, ne fu molto addolorato, e pronunciò un'elegia (cioè un lamento) per Saul e per uno dei suoi tre figli uccisi, Gionata. La frase in oggetto è contenuta in tale elegia.
Il trono di Israele passò a Is-Baal, altro figlio di Saul, mentre re di Giuda (la tribù che si era separata da Israele) diventò Davide. Dopo due anni Is-Baal fu ucciso nel sonno da due uomini appartenenti alla tribù di Giuda, che gli tagliarono al testa, e i rappresentanti di tutte le tribù d'Israele vollero che loro re fosse Davide. Pertanto Davide divenne re, oltre che di Giuda, anche di Israele. 


[...] i ciechi e gli zoppi ti respingeranno [...] (Secondo libro di Samuele, 5, 6)

Una volta divenuto re di tutto Israele (inclusa, cioè, la tribù di Giuda), Davide con i suoi uomini mosse verso Gerusalemme, che in quel tempo era abitata dalla tribù dei Gebusei. Questi si opposero all'ingresso di Davide, dicendogli: «Tu qui non entrerai: i ciechi e gli zoppi ti respingeranno», per 
significare che Davide, secondo i Gebusei, era così debole che persino i ciechi e gli zoppi sarebbero stati capaci di respingerlo. Ma Davide riuscì ad espugnare Gerusalemme, e la nominò capitale del suo regno. 


[...] siamo come acqua versata per terra, che non si può più raccogliere [...] (Secondo libro di Samuele, 14, 14)

La prima parte del versetto, completa, è "Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata per terra, che non si può più raccogliere, e Dio non ridà la vita [...]", e fa parte di un discorso che una donna fece a Davide.


[...] hanno l'animo esasperato, come un'orsa privata dei figli nella campagna [...] (Secondo libro di Samuele, 17, 8)

Sono parole che pronunziò un amico di Davide, di nome Cusài, ad Assalonne, figlio di Davide.


[...] Chi governa gli uomini con giustizia,
chi governa con timore di Dio,
è come luce di un mattino
quando sorge il sole,
mattino senza nubi,
che fa scintillare dopo la pioggia
i germogli della terra
(Secondo libro di Samuele, 23, 3-4)

Queste fanno parte delle cosiddette "ultime parole di Davide".


[...] tu confidi su questo sostegno di canna spezzata [...], che penetra nella mano, forandola, a chi vi si appoggia [...] (Secondo libro dei Re, 18, 21)

Questa frase simboleggia il fatto che confidare sull'aiuto sbagliato non solo non apporta benefici, ma addirittura arreca danni.


[...] il Signore scruta tutti i cuori e conosce ogni intimo intento [...] (Primo libro delle Cronache, 28, 9)

Sono parole che Davide dice a suo figlio Salomone. Il versetto completo è il seguente:
Tu, Salomone, figlio mio, riconosci il Dio di tuo padre, servilo con cuore perfetto e con animo volenteroso, perché il Signore scruta tutti i cuori e conosce ogni intimo intento: se lo cercherai, ti si farà trovare; se invece l'abbandonerai, egli ti rigetterà per sempre.


Se non siete capaci di scrutare il profondo del cuore dell'uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore [...] e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni? [...] (Giuditta, 8, 14)

Al tempo in cui Nabucodonosor era re degli Assiri, la città di Betùlia, che era abitata dagli Israeliti, fu attaccata dall'esercito assiro, comandato dal generale Oloferne. Questi, per costringere alla resa gli Israeliti, chiuse loro l'accesso all'unica fonte da cui essi potevano attingere l'acqua. Dato che molti Israeliti cominciavano a morire di sete, il popolo si rivolse ai capi della città affinché si arrendessero agli Assiri. Allora uno dei capi, di nome Ozia, rispose loro: «Coraggio, fratelli, resistiamo altri cinque giorni, e nel frattempo il Signore Dio nostro ci verrà in soccorso. Se neanche in questi cinque giorni ci aiuterà, allora ci arrenderemo agli Assiri.» Venuta a sapere la cosa, una giovane donna di Betùlia, di nome Giuditta, disse ai capi della città: «Ascoltatemi, capi dei cittadini di Betùlia. Non è un discorso giusto quello che oggi avete tenuto al popolo, e quel giuramento che avete pronunciato e interposto tra voi e Dio, di mettere la città in mano ai nostri nemici, se nel frattempo il Signore non verrà in vostro aiuto. Chi siete voi dunque che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di lui in mezzo ai figli degli uomini? Certo, voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non comprenderete niente, né ora né mai. Se non siete capaci di scrutare il profondo del cuore dell'uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni? No, fratelli, non provocate l'ira del Signore, nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nostri nemici. [...] »


In quel giorno digiunarono e si vestirono di sacco, si cosparsero di cenere il capo e si stracciarono le vesti (Primo libro dei Maccabei, 3, 47)

Il digiunare, il vestirsi di sacco, il cospargersi la testa di cenere e lo stracciarsi le vesti sono tutte espressioni che ricorrono spesso nella Bibbia. Erano compiute dagli Israeliti in segno di umiliazione per sottomettersi alla potenza e alla volontà di Dio, ed indicano lo stato d'animo dell'uomo consapevole della caducità del proprio corpo (polvere tu sei e polvere ritornerai! - Genesi, 3, 19). Venivano inoltre compiute in segno di pentimento, dolore o penitenza.


[...] ci vorranno sudori e veglie (Secondo libro dei Maccabei, 2, 26)

Quest'espressione indica la difficoltà con cui l'autore del Secondo libro dei Maccabei (Giuda Maccabeo) dovrà riassumere i fatti narrati da un altro autore (Giasone di Cirene): per farlo, ci vorranno, appunto, "sudori e veglie", cioè fatica e sonno perso. Questi i versetti completi:
questi fatti, narrati da Giasone di Cirene nel corso di cinque libri, cercheremo di riassumerli in uno solo. Considerando infatti la caterva delle cifre e l'effettiva difficoltà per chi desidera inoltrarsi nei meandri delle narrazioni storiche, a causa della vastità della materia, ci siamo preoccupati di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendono fissare nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori. Per noi, certo, che ci siamo sobbarcati la fatica di questo riassunto, l'impresa non si presenta facile: ci vorranno sudori e veglie, così come non è facile preparare un banchetto e accontentare le esigenze altrui. Allo stesso modo per fare cosa gradita a molti, ci sarà dolce sopportare la fatica, lasciando all'autore la completa esposizione dei particolari, preoccupandoci invece di procedere secondo le linee essenziali di un riassunto. (Secondo libro dei Maccabei, 2, 23-28)

Libri poetici e sapienziali - Giobbe e Salmi



[...]
la collera uccide lo stolto
e l'invidia fa morire lo sciocco (Giobbe, 5, 2)


I miei giorni [...]
volano [...]
come aquila che piomba sulla preda (Giobbe, 9, 25-26)


Nei canuti sta la saggezza
e in chi ha vita lunga la prudenza (Giobbe, 12, 12)


il trionfo degli empi è breve
e la gioia del perverso è di un istante [...] (Giobbe, 20, 5)


[...] il timore del Signore, questo è sapienza,
evitare il male, questo è intelligenza (Giobbe, 28, 28)


Se il mio passo è andato fuori strada
e il mio cuore ha seguìto i miei occhi,
se la mia mano si è macchiata,
io semini e un altro ne mangi il frutto
e siano sradicati i miei germogli (Giobbe, 31, 7-8)


Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d'acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene
(Salmi, 1, 1-3)


[...] il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina
(Salmi, 1, 6)


In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare
(Salmi, 4, 9)


[...] tu benedici il giusto, Signore,
come scudo lo circondi di benevolenza
(Salmi, 5, 13)


Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio:
salvami da chi mi perseguita e liberami, 
perché non mi sbrani come un leone,
dilaniandomi senza che alcuno mi liberi
(Salmi, 7, 2-3)


Confidino in te quanti conoscono il tuo nome,
perché tu non abbandoni chi ti cerca, Signore
(Salmi, 9, 11)


Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all'ombra delle tue ali nascondimi
(Salmi, 17, 8)

Le parole di questa frase sono rivolte al Signore.


Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [...] (Salmi, 22, 2)

Questa frase fu pronunciata da Cristo sulla croce.


Salvami dalle fauci del leone
e dalle corna dei bufali
(Salmi, 22, 22)

Le parole di questa frase sono rivolte al Signore. Le fauci del leone e le corna dei bufali sono qui prese come il simbolo delle insidie che si incontrano durante la vita.


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce
(Salmi, 23, 1-2)


Hai mutato il mio lamento in danza,
mi hai tolto l'abito di sacco,
mi hai rivestito di gioia,
perché ti canti il mio cuore, senza tacere;
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre
(Salmi, 30, 12-13)


I giusti avranno in eredità la terra
e vi abiteranno per sempre
(Salmi, 37, 29)


Come la cerva anela
ai corsi d'acqua,
così l'anima mia anela
a te, o Dio
(Salmi, 42, 2)


Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora
(Salmi, 68, 6)


Salvami, o Dio:
l'acqua mi giunge alla gola.
Affondo in un abisso di fango,
non ho nessun sostegno;
sono caduto in acque profonde
e la corrente mi travolge
(Salmi, 69, 2-3)


Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore
(Salmi, 103, 8)


Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono
(Salmi, 103, 13)


Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino
(Salmi, 119, 105)

Le parole di questa frase sono rivolte al Signore


Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità
(Salmi, 145, 18)
 

Libri poetici e sapienziali - da Proverbi a Cantico dei Cantici


Ascolta, figlio mio, l'istruzione di tuo padre
e non disprezzare l'insegnamento di tua madre,
perché saranno corona graziosa sul tuo capo
e monili per il tuo collo
(Proverbi, 1, 8-9)


Non negare un bene a chi ne ha il diritto,
se hai la possibilità di farlo.
Non dire al tuo prossimo:
"Va', ripassa, te lo darò domani",
se tu possiedi ciò che ti chiede (Proverbi, 3, 27-28)


Va' dalla formica, o pigro,
guarda le sue abitudini e diventa saggio.
Essa non ha né capo
né sorvegliante né padrone,
eppure d'estate si procura il vitto,
al tempo della mietitura accumula il cibo (Proverbi, 6, 6-8)


Osserva i miei precetti e vivrai,
il mio insegnamento sia come la pupilla dei tuoi occhi.
Légali alle tue dita,
scrivili sulla tavola del tuo cuore (Proverbi, 7, 2-3)

Soggetto di questa frase è la Sapienza personificata, la quale qui come in quasi tutto il libro "Proverbi" istruisce il lettore. Tutto il libro contiene massime attribuite al re Salomone e ad altri ignoti sapienti.


Chi corregge lo spavaldo ne riceve disprezzo
e chi riprende il malvagio ne riceve oltraggio.
Non rimproverare lo spavaldo per non farti odiare;
rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato.
Da' consigli al saggio e diventerà ancora più saggio;
istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere (Proverbi, 9, 7-9)


Come l'aceto ai denti e il fumo agli occhi,
così è il pigro per chi gli affida una missione
(Proverbi, 10, 26)


Un anello d'oro al naso di un maiale,
tale è la donna bella ma senza cervello
(Proverbi, 11, 22)


La via del malvagio è retta ai propri occhi,
il saggio, invece, ascolta il consiglio.
Lo stolto manifesta subito la sua collera,
ma chi è avveduto dissimula l'offesa
(Proverbi, 12, 15-16)


Chi sorveglia la bocca preserva la sua vita,
chi spalanca le sue labbra va incontro alla rovina
(Proverbi, 13, 3)


La ricchezza venuta dal nulla diminuisce,
chi la accumula a poco a poco, la fa aumentare
(Proverbi, 13, 11)


Chi risparmia il bastone odia suo figlio,
chi lo ama è pronto a correggerlo
(Proverbi, 13, 24)

Questa massima vuole dire, come sostenuto anche dalla moderna psicologia, che chi da bambino è stato troppo viziato ed è stato abituato ad averla sempre vinta su tutto, da grande avrà problemi di convivenza con gli altri, perché non sarà in grado di sopportare le inevitabili rinunce alle sue pretese che dovrà subire nella vita sociale con i compagni di scuola, di lavoro, ecc. Pertanto, se si vuole bene ai propri figli, bisogna, quando necessario, "usare il bastone". 
Non bisogna però cadere nell’eccesso opposto: la severità non deve traboccare nella cattiveria, e le proibizioni, i rimproveri e gli “scappellotti”  devono essere sempre motivati e  accompagnati da parole d’insegnamento. 


È meglio un piatto di verdura con l'amore
che un bue grasso con l'odio (Proverbi, 15, 17)


Meglio un tozzo di pane secco con tranquillità
che una casa piena di banchetti con discordia
(Proverbi, 17, 1)


Meglio incontrare un'orsa privata dei figli
che uno stolto in preda alla follia
(Proverbi, 17, 12)

L'orsa privata dei figli è il simbolo della persona che va su tutte le furie.


Iniziare un litigio è come aprire una diga;
prima che la lite si esasperi, troncala
(Proverbi, 17, 14)

Bella similitudine: la diga, quando si apre, riversa in modo irrefrenabile la massa d'acqua a valle, proprio come chi, essendo in preda all'ira, non riesce a misurare le sue parole né a controllare le sue azioni.


È segno d'intelligenza per l'uomo trattenere la collera,
ed è sua gloria passare sopra alle offese
(Proverbi, 19, 11)


La casa e il patrimonio si ereditano dal padre,
ma una moglie assennata è dono del Signore
(Proverbi, 19, 14)


Non dire: "Renderò male per male";
confida nel Signore ed egli ti libererà
(Proverbi, 20, 22)

Questa massima insegna che farsi giustizia da soli è sbagliato: bisogna chiedere in preghiera a Dio che ci liberi dalle offese subite.


Nuvole e vento, ma senza pioggia,
tale è l'uomo che si vanta di regali che non fa
(Proverbi, 25, 14)


Come chi lega una pietra alla fionda,
così chi attribuisce onori a uno stolto
(Proverbi, 26, 8)


Chi scava una fossa vi cadrà dentro
e chi rotola una pietra, gli ricadrà addosso (Proverbi, 26, 27)

Questa frase vuole significare che chi trama tranelli ne sarà lui stesso vittima.


Lo stomaco sazio disprezza il miele,
per lo stomaco affamato anche l'amaro è dolce
(Proverbi, 27, 7)


Il malvagio fugge anche se nessuno lo insegue,
mentre il giusto è sicuro come un giovane leone (Proverbi, 28, 1)

Questa massima vuol dire che chi ha la coscienza a posto non ha nulla da temere, e quindi procede sicuro come un giovane leone (simbolo di forza). Viceversa il malvagio deve guardarsi sempre intorno per timore delle ritorsioni che si possono abbattere su di lui a causa del male che ha compiuto.


[...] vanità delle vanità: tutto è vanità (Qoelet, 1, 2)

Il versetto successivo è il seguente:

Quale guadagno viene all'uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? (Qoelet, 1, 3)


Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole
(Qoelet, 1, 9)

Ecco i due versetti successivi:

C'è forse qualcosa di cui si possa dire:
"Ecco, questa è una novità"?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito (Qoelet, 1, 10-11)


[...] tutto è vanità e un correre dietro al vento (Qoelet, 1, 14)


[...] molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore
(Qoelet, 1, 18)

Ecco il contesto da cui la suddetta frase è tratta:

Ho deciso [...] di conoscere la sapienza e la scienza, [...] e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore (Qoelet, 1, 17-18)


il saggio ha gli occhi in fronte,
ma lo stolto cammina nel buio.
Eppure io so che un'unica sorte è riservata a tutti e due
(Qoelet, 2, 14)

La frase viene compresa meglio leggendo anche il versetto successivo:

Allora ho pensato: "Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Perché allora ho cercato d'essere saggio? Dov'è il vantaggio?". E ho concluso che anche questo è vanità (Qoelet, 2, 15)

Poi continua così:

Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! [...] quale profitto viene all'uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! (Qoelet, 2, 18-23)


Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti. Anche questo è vanità (Qoelet, 5, 9)


Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi;
ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire
(Qoelet, 5, 11)

Il suddetto versetto è preceduto da questo:

Con il crescere delle ricchezze aumentano i profittatori e quale soddisfazione ne riceve il padrone se non di vederle con gli occhi? (Qoelet, 5, 10)


Meglio ascoltare il rimprovero di un saggio
che ascoltare la lode degli stolti (Qoelet, 7, 5)


[...] meglio un cane vivo che un leone morto (Qoelet, 9, 4)


Chi bada al vento non semina mai,
e chi osserva le nuvole non miete
(Qoelet, 11, 4)

Il significato di questa massima è che la vita conviene viverla intensamente e in modo deciso, senza essere troppo titubanti nel prendere le decisioni; perciò non bisogna rimandare né di dedicarsi a un lavoro produttivo né, quando si può, bisogna farsi mancare un sano divertimento.

Dopo aver parlato della vanità della vita terrena, l'autore del libro "Qoelet" termina con questi due versetti:

Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l'uomo.
Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male (Qoelet, 12, 13-14)


Come un giglio fra i rovi,
così l'amica mia tra le ragazze (Cantico dei Cantici, 2, 2)


I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano tra i gigli
(Cantico dei Cantici, 4, 5)


Le tue labbra stillano nettare [...] (Cantico dei Cantici, 4, 11)